
Aperta la porta di casa, vide un nastro scuro e lucido brillare nei riflessi umidi del mattino e, a lato... Sorpresa! Una fettuccia di strada, divisa dalla carreggiata delle auto da una luccicante striscia gialla, con sopra il suo ritratto: caspita, una bicicletta! Su una pista ciclabile!
Allora si precipitò fuori e si gettò sulla sua pista, correndo estasiata e benedicendo l’amministrazione comunale che le aveva riservato tanta attenzione. Provenendo dalla zona sud, proseguì di buona lena per andare verso il centro città, felice di sentirsi sicura e rispettata dalle auto, che pur viaggiavano troppo velocemente. Ma, arrivata in prossimità di un incrocio, la striscia gialla improvvisamente sterzò a destra a chiudere il nastro d’asfalto riservato a lei, e un cartello l’avvertì crudelmente che la pista ciclabile era finita.
Che fare? Proseguì lentamente a passo di donna, sul ciglio della strada che girava attorno a un giardino centrale, con auto che la sfioravano da sinistra per sorpassarla, e lo sguardo impaziente di altre auto da destra che minacciavano di entrare nella giostra infernale. Vide una madre che spingeva una carrozzina con il viso atterrito, poiché non sapeva se e quando tentare di attraversare la strada; scorse due ragazzini con lo zaino in spalla fermi in posizione di start, come i centometristi nella pista di atletica, che studiavano l’attimo per spiccare lo scatto fulmineo e passare dall’altra parte.
Non sapeva più che pesci pigliare. Non voleva farsi ammaccare il telaio con la bella vernice lucente, strisciare i parafanghi nuovi appena montati, rompere le luci così preziose quando si muoveva di sera... Ma neanche rischiare la pelle.
Si fermò, scese nella lieve scarpata a lato della strada, si piegò dolcemente sull’erba e attese a lungo che il frastuono delle auto cessasse, triste e delusa. Si sentiva sedotta e... abbandonata.