A 100 anni guida il trattore e va in bici

«Digo sempre che xe mejo magnàr fora i schèi che i ani. I primi poe tornare, i altri no. E na volta che te i ghe magnà, basta. Finìo». Francesco Ca- retta, 100 anni e due mesi, si gode la vita e le belle notizie.
Tra quest’ultime l’arrivo di Primo, che l’ha reso bisnonno. Quinto di 11 fratelli, ha 22 fra nipoti e pronipoti «e xe un bel problema - sorride con quegli occhi azzurri vispi - quando gò da fare le buste».

29 03 2017bici100anni

da "Il Giornale di Vicenza" del 29 marzo 2017, di Roberto Luciani

Un personaggio, Caretta, che fino agli inizi di dicembre si muoveva regolarmente in bicicletta e andava con il trattore sui campi quando si trattava di ararli per la semina di mais, frumento e sorgo.
«La bici la riprenderò con la bella stagione, ma ormai la terra abbiamo deciso di ab- bandonarla. E sa perché? Perché per passione io lavoro anche per niente, ma dover pagare per lavorare mi sembra assurdo. E ormai l’agricoltura è questo». Con il dialetto come unica lingua conosciuta e parlata, Francesco ricorda i 4 campi di vigneto che aveva davanti casa, anche questi spariti con il tempo.
«Uno mi disse: bisogna puntare sulla qualità. Gli ho risposto: cosa dici? La gente sente una parola e la ripete a pappagallo». Intransigente svela che il suo elisir della lunga vita è l’ordine. Il metodo. Sveglia alle 4 e mezza, un’ora di massaggi con la sua spazzola e, con le mani, ai piedi per riattivare la circolazione del sangue. Poi il distributore, «con relative ciàcole», dei fi- gli Aldo e Franco, al Barcon, tra Sarcedo e Thiene. Quindi, un salto nella «casa vecia» dove è nato («Quella costruita prima di Cristoforo Colombo», ride la nuora) e a pranzo solo quello che si prepara lui. Una vita semplice, senza medicinali. Preciso anche quan- do va in chiesa: «Gò sempre el me posto e se el prete non me vede se preocupa. Un giorno me ga dito che prima o poi se passa a miglior vita. Ghe gò risposto che una vita migliore de questa non la conosso, per cui non gò pressa». Arguto ma non forzatamente spiritoso, racconta un altro segreto: la verità. Lui l’ha sempre detta. Partiti da Catanzaro l’8 settembre del 1943 - dovevano andare in Africa, ma a Lecce furono raggiunti dalla notizia della rotta di El Alamein - e dismessa la divisa di artigliere d’armata per indossare gli abiti civili, si è sempre qualificato per quello che era, fossero canadesi, tedeschi o inglesi. Riuscendo a ottenere per questo qualcosa da mangiare e buoni consigli, come quando un ufficiale del Reich li accompagnò ad un bivio invitandoli «a prendere la strada di sinistra perché l’altra era minata». A S.Benedetto del Tronto viaggiarono in treno fino a Bologna e di qui, evitato un bombardamento, arrivarono a Padova. Poi Vicenza e Thiene. Fu fortunato: un fratello venne catturato dai tedeschi a Trieste. Sottolinea che l’unica cosa imparata sotto le armi è stata l’arte di arrangiarsi. Durante la guerra, per un periodo, raccoglieva con il camion le vittime delle bombe. Per i figli è un grande uomo: «Nostro padre? Non si lamenta mai», raccontano. Ecco un altro suo segreto di lunga vita.

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