Quando in vacanza si andava in bici

Negli anni ’50 le mete preferite si raggiungevano pedalando. Ci si accontentava di arrivare sull’Altopiano di Asiago o a Recoaro.

 

20 06 2021rs

da "Il Giornale di Vicenza", domenica 20 giugno 2021 di Lorenzo Parolin

Il racconto di Lorenzo Parolin, giornalista del Giornale di Vicenza e socio FIAB, ci propone l’atmosfera della vacanza di 70 anni  fa, dell’Italia uscita dalla guerra e avviata alla ricostruzione.
Con entusiasmo e fantasia, utilizzando la bicicletta che allora rappresentava il mezzo di trasporto più diffuso per le tasche popolari.
Oggi siamo ancora in una fase di ricostruzione, diversa ma forse più difficile perché dobbiamo costruire nuovi modelli di vita, di produrre e consumare, con l’obiettivo di non consumare la Terra.
Per questa vitale impresa, la bicicletta, vecchio e nuovissimo insostituibile mezzo di trasporto, può dare una grande mano.

 

Negli anni ’50 le mete preferite si raggiungevano pedalando. Ci si accontentava di arrivare sull’Altopiano di Asiago o a Recoaro.


Pandemia uguale vacanze di prossimità. Un anno e mezzo di convivenza con il covid ha rivoluzionato l’agenda delle ferie, obbligando a scoprire la vacanza di prossimità.
Niente più viaggi internazionali, per non far circolare il virus; centellinati anche gli spostamenti extraregionali, da un anno a questa parte la vacanza si fa a chilometri zero. E non è detto che sia un male.

Ma tra le ferie di inizio ‘900 riservate a pochissimi, e la vacanza di massa associata al boom economico c’è stato un interregno, nella sostanza coincidente con gli anni ‘50 nel quale gli allora adolescenti e giovani in ferie ci andavano. Spostandosi sulle loro biciclette e allontanandosi da casa quanto lo consentiva la propulsione a pedali. Da Bassano significava raggiungere le borgate di media quota che ancora oggi punteggiano il versante meridionale dell’Altopiano, muoversi ai piedi del Grappa o, lungo la Valsugana, raggiungere in una giornata i laghi di Levico e Caldonazzo. Qualche volta, anche su consiglio dei genitori, spingersi fino a Recoaro e tornarsene portando con sé una bottiglia di acqua termale.

Per trovare testimonianza delle prime vacanze intese in senso moderno, in Italia si dovette attendere l’età giolittiana. Erano ferie da Belle Epoque, legate allo stile Liberty e alla relativa diffusione di benessere legata alla seconda rivoluzione industriale. Vacanze perlopiù termali, riservate a esponenti dell’alta borghesia. In questo senso la provincia di Vicenza non faceva eccezione e nel primo scorcio di ‘900 i “siòri” che se lo potevano permettere raggiungevano soprattutto le località curative. Vacanze alla Spa, quindi, ante litteram, solo vagheggiate come un sogno dalla piccola borghesia o dal ceto contadino. Nel periodo interbellico la situazione sarebbe cambiata solo relativamente, mentre qualcosa avrebbe cominciato effettivamente a muoversi solo con il secondo dopoguerra.
Non ancora identificati con il boom successivo al 1960, gli anni immediatamente successivi alla guerra furono segnati da ricostruzione e crescita economica. E con la diffusione della ricchezza anche le famiglie cui in precedenza le ferie erano precluse, cominciarono a organizzare le settimane estive mettendo al centro la villeggiatura. Il mezzo di locomozione per le famiglie della piccola borghesia era la bicicletta. Di regola, in casa ce n’erano due: una da uomo, prerogativa del capofamiglia, una da donna, utilizzabile per la conformazione del telaio anche dai figli in età scolare. Al crescere delle fortune familiari, la bicicletta ammiraglia poteva essere motorizzata con un propulsore di tipo “Mosquito” che garantiva una velocità di crociera prossima ai 15 chilometri l’ora e, fino agli anni ‘80, era ancora pubblicizzato. Allora, posto che il litorale veneziano fosse ancora una meta eccessivamente lontana e che Bassano per posizione geografica chiamasse la montagna come luogo di vacanza, negli anni ‘50 si assistette a una serie di trasferimenti in quota per le prime ferie in tenda o in albergo. Quota non proprio himalayana, vale a dire i poco più di 400 metri di Pradipaldo o i 600 di Tortima e Fontanelle o S. Caterina di Lusiana che mamme e figli raggiungevano con la corriera e i padri spesso in bicicletta, facendo la spola durante la settimana tra il luogo di lavoro, in città, e quello designato per le vacanze.

Non serve precisare come, nei ricordi di chi c’era, il boschi e le vallette collinari di quelle quote assumessero tratti degli delle Montagne Rocciose, alimentati dall’epopea del West che si era diffusa tra i più giovani. Memorabili, a Tortima appena sopra Marostica, i capannelli che si erano formati nel luglio del ‘52 attorno all’unica radio della borgata per seguire le imprese del Campionissimo, Fausto Coppi, alla seconda vittoria al Tour de France. Tra gli adolescenti bassanesi, meta d’elezione era Rubbio, la frazione montana entro i confini comunali, da raggiungere in bicicletta portando con sé la tenda, per avventure da vivere nel segno dell’epopea da film Western già citata. Molto meno abitato dell’Altopiano, e di conseguenza più selvaggio, anche il monte Grappa era nelle corde dei bassanesi per le vacanze pre-boom economico.

Più che della vacanza, però, la permanenza sul Grappa aveva i contorni della gita di un paio di giorni che si organizzava partendo in gruppo, raggiungendo in bicicletta i piedi del monte, di regola a Pove, dove si lasciavano i mezzi. Da lì, si saliva a piedi verso Camposolagna e S. Giovanni ai Colli Alti per il pernottamento in qualche casara. Il giorno successivo, scampagnata, picnic e ritorno. Un po’ quanto accade oggi sulle Dolomiti, ma in versione casalinga e dal punto di vista ambientale a impatto zero.

Ma l’impresa dell’estate, fino a quando l’automobile non diventò un mezzo diffuso in tutte le famiglie, era la pedalata fino a Recoaro. La località godeva tra i bassanesi di un rispetto da meta di lusso e la distanza garantiva una dimensione esotica da far valere nei discorsi tra amici. Di conseguenza, per i ragazzi degli anni ‘50 in buona forma e appassionati di ciclismo il viaggio era un dovere. Se non altro perché tra lunghi tratti di pianura, salita e picchiata verso la meta c’erano tutti gli elementi dei grandi giri. E, all’arrivo, il premio dell’acqua curativa da riportare a casa dopo il soggiorno in un bottiglione da due litri con tappo a pressione. Ancora oggi, tra i ragazzi di allora, il ricordo del viaggio a pedali riaffiora, tra memorie di strade di terra, fontane a lato della strada e biciclette da città adattate alle lunghe percorrenze, sulle quali far volare i propri sogni.

 

 

 

 

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